Siamo ormai abituati a vedere immagini di bambini in guerra, sporchi e in lacrime, tra le macerie delle loro case. Siamo talmente assuefatti che, appena ne vediamo una sul web o sui giornali, siamo pronti a girare pagina. A volte non ci soffermiamo nemmeno un minuto in più. La guerra la viviamo attraverso i media e, per il fatto che avvenga sempre nello stesso luogo, quasi ci rassicura. La  Siria si trova in una posizione strategica geograficamente e politicamente, crocevia fra tre continenti: Asia, Africa e Europa. E cosa ci può essere di più difficile che convivere in una terra contesa da popoli, monarchi e ras, sceicchi, europei e americani, sovietici e cinesi? Una guerra antica che per un motivo o per un altro non conosce tregua. Mohammed, ragazzino siriano, ripreso dai media, (anche perché la guerra va documentata, raccontata, altrimenti che senso avrebbe, oggi nell’era dell’immagine, fare la guerra senza vederla?), cerca di attirare l’attenzione del mondo con i suoi selfie su Damasco. Cerca, col suo disperato appello, di colpire il senso umano di chi osserva, visto che non c’è niente di umano nella guerra. Mohammed ha perso la scuola, l’ospedale,  il suo quartiere abbattuto. Nei suoi occhi la disperazione, come tutti gli altri bambini della sua età. Forse sarà stato aiutato, forse costretto, o solo ispirato, certo è che queste immagini scattate da un ragazzo sugli orrori della guerra, fanno il loro effetto. La Siria, posta tra la Turchia, la Giordania, Israele, il Libano, l’Iraq e il Mediterraneo, ha 21 mila abitanti in uno stato diviso in 14 distretti, di lingua araba e religione musulmana, tra sunniti, drusi, alauiti, sciiti. La capitale è Damasco, altre città Palmira, Aleppo, Raqqa. Ha una Costituzione approvata per mezzo di un referendum nel 1973 e il Presidente dura in carica 7 anni a cui spettano i massimi poteri. La storia della Siria parte dai Sumeri nel III millennio a. C. Fu conquistata da Alessandro Magno nel 332 a. C. per poi passare alla dinastia dei Seleucidi fino al 64 a.C. Nel 63 a.C. divenne provincia romana e il confine tra Romani e Parti fu costituito dal fiume Eufrate. L’imperatore Traiano (98-117 d.C.) condusse una grande guerra  sul confine orientale spingendosi fino al Golfo Persico nel 116 d. C., e dopo la sua morte, nell’anno successivo, la guerra fu continuata dal suo successore Adriano. Nel 194 d.C. Settimio Severo divise la Siria in due province, mentre nel 260 d.C. i Persiani conquistarono Antiochia e l’Imperatore Valeriano catturato. Nel V secolo la Siria era divisa in 5 territori. Fino al 628 fece parte dell’Impero Romano d’Oriente. Dopo la morte di Maometto subì l’invasione araba che portò a una grande disfatta nel 635. Gli Arabi fondarono la Dinastia degli Omayyadi con Damasco capitale. Successivamente con il trasferimento degli Omayyadi in Mesopotamia, la Siria divenne provincia.image-8

Tra il 1299 e il 1303 i Mongoli la saccheggiarono  così come fece  Tamerlano tra il 1399 e il 1400, finendo sotto lo scettro ottomano nel 1516. Tra il 1830 e 1840 la Siria cadde sotto il dominio egiziano e poi di nuovo sotto i Turchi.  Con la prima guerra mondiale, l’emiro Faysal, sconfitta la Turchia, entrò a Damasco nel 1918 e si proclamò re di Siria nel 1920. Fu a questo punto che la Francia, per mandato della Società delle Nazioni, si fece affidare la Siria e il Libano. Con la seconda guerra mondiale finì il predominio francese e i dirigenti furono reclutati nella borghesia nazionalistica. Nel 1949 ci furono 3 colpi di stato, dopo si susseguirono regimi militari. Nel 1954, con manifestazioni popolari si riportò la democrazia. Allo stesso tempo la Siria era diventata pedina statunitense come luogo di crisi mediorientale, che portò a una forte corrente nazionalistica. Nel 1958 ci fu un tentativo di fondere la Siria e l’Egitto in una Repubblica Araba Unita che ebbe fine nel 1961 per il soffocante centralismo della capitale egiziana. Fallirono anche i tentativi di un federalismo tra Siria, Egitto e Iraq e per questo fu isolata. Nel 1967 fu a fianco dell’Egitto in una guerra contro Israele che le costò la perdita del Golan. Nel 1970 si inaugurò un periodo più liberale con il generale Assad Hafiz che subito si alleò con l’Egitto per riconquistare il Golan. Nel 1973 inviò truppe nella guerra civile in Libano. Ma nel 1980 divennero più stretti i legami con la Russia e poi di nuovo isolata in seguito al vertice di Fes nello stesso anno.  Ieri i ministri degli Esteri di Russia, Turchia e Iran si sono riuniti ad Astana per discutere della crisi siriana. Ma stiamo sempre nell’eterno inferno dove la  popolazione è stremata, in una terra diventata un campo di battaglia perenne. Una guerra così vicina eppure così estranea, come se, per il fatto di non avere mai fine, fosse meno importante o offensiva e noi, con gli occhi indifferenti, la leggiamo sui giornali e la viviamo in diretta  come una fiaba, una storia tratta da “Le mille e una notte”. D’altra parte difficile fermarla in una terra di confine con diverse etnie, con  tanti paesi avvoltoi che la corteggiano, la sovvenzionano, la costruiscono e la innescano. Una guerra serve sempre, un focolaio acceso pronto a far scattare il pretesto giusto al paese di turno che se ne serve. Mohammed il ragazzino del selfie,  non conosce ancora la storia del suo paese, ma il prezzo che vive di questa guerra, sì.  Diventerà un adulto deluso come tutti i suoi coetanei. La guerra  investe sui giovani, divora i loro sogni, delude le loro aspettative, ferisce profondamente l’animo che non conoscerà più la differenza tra il bene e il male.  E che futuro potrà esserci senza pace? La guerra non bisogna crederla mai lontana, se accade nello stesso mare in cui affacciamo e dove non basta mettere a posto la coscienza con i cordoni umanitari che confondono anche gli obiettivi per cui combattono.  La guerra trasforma le vittime in carnefici sovvertendo tutti gli ordini. “Non c’è altro da fare qui, per un guerriero. Ormai si tratta di amministrare: lavoro da vecchi. I giovani combattono, e per questo le virtù della guerra sono virtù di giovani: il coraggio e la fiducia del futuro. Poi vengono i vecchi  che fanno la pace, e i vizi della pace sono vizi di tutti i vecchi: la sfiducia e il sospetto”, dice il Principe Faysal in Lawrence d’Arabia,  film del 1962. Il coraggio e la fiducia ormai si sono persi e i giovani di questa terra non sanno più dove prenderli. Toccherebbe ai vecchi infondere quei valori che nel tempo si sono persi per aver seguito i venti del potere e dell’ambizione, dell’orgoglio e del nazionalismo. Gli stessi venti prendono anche gli altri che dovrebbero intervenire per frenare e invece preferiscono i giochi di guerra  alla tregua.

 

 

180 Viste totale 6 Viste oggi