Gli uomini di mare apprendono la vita velocemente, come se la grande distesa d’acqua fosse un maestro infallibile. E lo è! L’acqua elemento primordiale che ci attrae  più della terra, un’attrazione  particolare quando respiriamo i suoi venti, seguiamo  le sue rotte, ascoltiamo i suoi lamenti, inseguiamo le sue voci. E un paese di mare non potrà che avere uomini stregati, avvinti al suo richiamo. Narra le storie di quelli che lo hanno domato, amato, seguito, solcato. Ogni uomo una storia.. La tradizione marinaresca qui ci riporta a passati gloriosi, al tempo di un commercio fiorente, di una ricchezza duratura conquistata nei secoli.  Vive  tra un arrivo e una partenza e lascia all’acqua i tempi sospesi, quelli che fanno assaporare il ritorno a casa. Ogni buon marinaio  parte con trepidazione di rimettere piede sul suolo materno, attaccato  alla terra più che mai. Fino a quando è in navigazione, spera di tornare presto e quando è a terra, si vede già per nuove terre. Un’intrepida voglia di andare lontano, in un gioco eterno di avventura e porto. Il mare sodale dell’uomo, ne vive le stesse vicende,  lo accompagna e lo riporta a casa come gli dei con Ulisse. E generazioni di questa terra si sono iscritte al “Nino Bixio” di Piano di Sorrento, l’Istituto Nautico della penisola, la scuola per apprendere l’arte della navigazione e non solo, Istituto di prestigio, per tutti coloro che sono spinti da un’ inguaribile passione per il mare. I nostri giovani viaggiano per il mondo, conoscendo la lontananza da casa e la fortuna di avere una famiglia che li aspetta. Ragazzi che imparano già dai racconti  dei padri, dei fratelli, da famiglie avvezze alla vita marinara. Una tradizione orale che si tramanda di generazione in generazione. Racconti e storie si leggono negli occhi di volti abbronzati, si raccontano ai bar davanti a bicchieri colmi, si narrano sottovoce come segreti da mantenere, si bisbigliano come ricordi volati. Ne sanno anche le loro donne, creature affascinanti per quanto custodiscono dentro, per quanto hanno sopportato, per quello che hanno dovuto condividere con i loro uomini.  Storie che arrivano dritto al cuore e restano dentro, sistemate in teche d’onore. C’è una tradizione orale lontana dai testi molto più forte e appassionante che lega i padri ai figli e questi a quelli che verranno. Laggiù, sulle onde, quando il mare reca  gli echi di casa, le immagini della famiglia, i progetti per il futuro, l’uomo si misura con l’impossibile che diventa realizzabile e lui protagonista, eroe dei suoi sogni. Il mare come  fuga da cui ritornare arricchito. E’ come attraversare un mondo che tutto ti rende e ti torna. Un uomo di mare non conosce penuria, né patimenti, né solitudini, né avversioni. Tutto ha provato lì sul ponte della nave, portata dai flutti violenti. La paura, il coraggio, la gioia, la freddezza, la tenacia, la speranza si sono allenate lì, davanti a Nettuno, l’unico interlocutore possibile. A leggere le storie del vicano Capitano di Marina Biagio Cilento nel suo libro  “Quelli delʾ59”, ci si imbatte nella forza e nella potenza che il mare sprigiona dalle sue visceri e come avviluppa gli esseri che su di esso si mettono in cammino. Sono uomini  di grandi sacrifici, con un amore smisurato per la propria terra, motivo di ritorno e spinta per nuovi orizzonti da conoscere e che li porta a non mollare mai fino a quando le loro forze sono buone e i progetti validi. A un uomo di mare non puoi insegnare e nemmeno consigliare, lui  ha visto l’impossibile, ha scrutato l’indicibile, ha vissuto l’imprevedibile. Tante storie, tutte con un filo conduttore: la forza e la bellezza della gioventù, carica di progetti, in parte avverati, in parte troncati, per il resto cambiati. Storie di vita con un comune denominatore: il mare e l’amicizia, come se l’acqua avesse la forza dell’incontro e del ritrovarsi.

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La conferma che  riporta quello che ha preso:  il coraggio degli uomini. Storie in cui ti perdi e cerchi di prenderne il filo ma i fili si imbrigliano, si mescolano, si perdono, si confondono, si distribuiscono su altri fronti. Niente di più solidale che perdersi nei ricordi della gioventù, nel confronto tra epoche e stagioni di vita diverse. E’ la voglia di misurarsi ancora con la prepotenza degli anni giovanili e il coraggio di oggi di riportarsi a qualcosa che non tornerà più e per questo più prezioso. Catello, Umberto, Vincenzo, Gioacchino, Gianluigi,… sono volti che hanno assunto nuove forme ma nel cuore rimandano a storie,  che la memoria riporta fuori dal tempo con l’intera classe del ʾ59. Una ricerca affannosa per ritrovare il tempo perduto, la spensieratezza degli anni, la voglia di non perdersi, pronti a qualsiasi battaglia o che forse, proprio quelle che vivono oggi, sono state motivo di nostalgia del passato. Ritornano i gesti, le parole e le azioni, come  quando si sfidava il professore o si sottraeva la frittata dal panino del compagno e si provava vergogna ad essere accompagnati dai genitori a scuola perché sospesi, come testimonianza dell’affetto ricevuto e dato. Una classe al completo che si rincorre nel tempo, proprio come in un romanzo di formazione. Biagio Cilento passa in rassegna i fatti, i momenti, le scelte, le fasi di crescita, con una lucida analisi di quello che si era e si è diventati, a testimonianza del forte  legame e della complicità, segno indelebile di un’amicizia che l’acqua rafforza e non cancella. Quel tempo ritorna quando, incontrandosi, dopo circa mezzo secolo, con un abbraccio si racchiudono i giovani di allora e gli uomini di oggi, come un volersi affermare di nuovo davanti agli anni passati l’uno lontano dall’altro e non più in quell’aria cameratesca di una volta, quasi a gridarsi dove si è stati in tutto questo tempo? Perché si sono mancati a vicenda.  E’ un volersi fermare a raccontare quello che è stato, le sofferenze patite più in vita che a mare, i destini di ognuno e le interferenze subite.  La tradizione marinaresca è una vera scuola di vita,  conosce la convivenza, la condivisione, nella gioia e nel dolore. Biagio Cilento ha avuto il coraggio di riacciuffare il passato quando di solito lo si chiude mettendoci su un coperchio, sfidando la paura di non riconoscersi, non solo nella forma dei visi, ma in quello che la vita ha dato o ha tolto.  Una ricerca affannosa per riaffermarsi, complice  il mare che porta a rifare l’appello di tutti i compagni. E non è un caso che  è ancora il mare a portare sulla terra ferma chi proviene da un’altra sponda e conosce la durezza della vita. Vite diverse e parallele, che scelgono, come strada, il mare. Uomini che partono e arrivano, e altri che sperano di arrivare, altri che  vengono accolti. Il mare insegna che ci si può incontrare per vivere e sopravvivere. Ancora oggi il mare porta vite da altri paesi, porta storie da lontano incontrandosi in un punto dove non ci sono vincitori e vinti solo uomini che cercano un futuro possibile.

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