In estate c’è chi legge di più e chi invece non riesce a prendere un libro. Chi si prepara la lunga pila come una montagna da scalare e chi per leggerne uno impiega tutta una stagione. Che l’estate sia un periodo di relax è risaputo, ma che questo coincida con la lettura non sempre è vero. Eppure non mancano i buoni propositi quando giriamo per le librerie alla ricerca del testo giusto, attirati dalle copertine, dall’argomento, dall’autore per poi, una volta comprati, metterli in bella vista sotto l’ombrellone. Siamo ben motivati e convinti di avere un’ora per cominciare l’impresa tra mille distrazioni, richiami, chiacchiere. Spesso passano giorni prima di aprire un libro nuovo, sono tante le cose a cui dare precedenza. Ci vuole una buona dose di concentrazione in mezzo al caos per leggere. Se succede, gli altri ci guardano come alieni, noi immersi nelle pagine, magari a sorridere o a corrucciarci, allontanandoci mentalmente da tutto quanto ci gira intorno. Sempre preferibile il libro al telefonino che ormai rappresenta un’appendice della mano. Nessuno più lo molla, sono più i momenti di connessione che di posizione off. La lettura mantiene allenata la mente, immerge in mondi lontani, come andare in vacanza stando nello stesso posto. Porta in luoghi e stagioni diverse, età giovanili o senili, con argomenti nuovi, situazioni mai lette o del tutto sconosciute. E quando si esce dalle pagine, è come tornare da un viaggio restando nello stesso posto. Questo effetto è garantito solo a chi la lettura la prende come un esercizio continuo, mentre saltuariamente non darà gli stessi effetti. Chi non è abituato a leggere, già alle prime pagine avvertirà come una delle fatiche di Ercole e troverà sempre tanti pretesti per evitarlo, quasi come quando si ara un campo e mi vengono in mente i versi dell’indovinello veronese: Se pareva boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba, et negro semen seminaba: “Teneva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati, e un bianco aratro teneva, e un nero seme seminava”, il più antico testo in lingua romanza e uno dei documenti di nascita della lingua volgare. L’indovinello sottende l’atto dello scrivere, ma vedo che nella stessa situazione ci si trova chi non legge mai. La fatica di leggere è, per chi non è avvezzo, simile a quella di arare. Ci sono persone che non riescono a tenere aperto un libro, che non si concentrano, non entrano nella storia, e fanno fatica a rappresentarsi il contenuto. Il segreto per leggere è scoprire letture che fanno per noi, che sentiamo possano piacere. Si può andare a fiuto o a caso, secondo la necessità e il gusto così come attirati dalla curiosità. Se un buon libro può essere sostituito da un buon amico, ne vale la pena, altrimenti meglio leggere che è l’arte del relazionarsi, del frequentare gente senza muoversi, dell’apprendere e aggiornarsi. Quando diciamo leggere non intendiamo  guardare le parole nel loro ordine, ma farlo secondo i molteplici piani che il testo ci offre e soprattutto non porsi davanti alla lettura col pregiudizio. Non si leggono libri solo per trovarci dentro idee consone alle nostre, così come non ci si confronta solo con le persone che pensano come noi. Sono quelle che pensano diversamente da noi ad esercitare un lavoro più laborioso, fornendoci opinioni e riflessioni mai conosciute prima.

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Il pregiudizio inficia il contenuto e tutto il resto. Bisogna essere liberi per leggere secondo l’idea di chi parla e porci in atteggiamento di ascolto e non di avversione per principio. Man mano che la lettura procede, si aprono in noi dei nuovi contesti, nuove domande, e di conseguenza si va poi alla ricerca delle risposte. A lettura completa, procedendo allo sfoltimento di quello che è sovrabbondante, essenziale e non quello che volevamo dire noi, di quello che realmente è stato detto e non riuscivamo a farlo nostro perché diverso dalla realtà e soprattutto dalla nostra esperienza, resta l’essenza del libro che ci ritornerà nel tempo e in varie occasioni. Un buon libro matura con noi, è come un seme che cresce, mette radici  dà i suoi frutti. Ci ritornano le frasi, le parole, le immagini e tutta la nostra fantasia messa in moto per rappresentarcelo. Può essere una metafora, una visione, un aspetto che ci ha colpito che congiunto al nostro pensiero allarga gli orizzonti. Questo processo avviene lentamente. La lettura è un pretesto per scavare in noi e conoscerci meglio, scandagliare i nostri sentimenti, i pensieri rispetto agli eventi e ai fatti che accadono nella vita. E’ un fondamentale esercizio di confronto col quale ci mondiamo da tutto quello che può essere zavorra e appesantisce concezioni e visioni di vita. E’ l’unico modo per accendere pensieri e azioni, un carburante pulito per incentivare, creare, riflettere. La natura poi concilia la lettura e leggere un libro distesi sotto un albero, al fresco, pronti per i nostri voli, è un’immagine che prendo a prestito dai versi delle Bucoliche di Virgilio:“Tityre tu patulae, recubans sub tegmine fagi, silvestrem tenui musam meditaris avena”. Titiro lì modulava i versi con un esile flauto, mentre io creo immagini nate dalla lettura all’ombra di un ampio faggio. E se invece fosse in spiaggia, sotto l’ombrellone con granellini di sabbia che si appiccicano alle dita rendendole attaccaticce, senza farci caso per come si è immersi nella storia, produrrebbe lo stesso effetto benefico. Il libro è un percorso: una pagina, mezza, due o dieci per volta non contano, vale lo sforzo di incamminarsi come con un amico. Leggere non ha età né stagioni, né divieti, e in estate ha un fascino maggiore per sentirci più liberi. Potremmo quasi sconfiggere l’ansia da telefonino mantenendo in una mano il libro e nell’altra il nostro nemico numero uno e chissà che un buon libro non vinca la mania di connettersi continuamente. Ogni tanto chiudere la comunicazione col mondo per aprire quella interiore potrebbe pareggiare i conti, se non vogliamo che il telefonino diventi il nostro “grande fratello”.Virginia Woolf diceva:” L’unico consiglio che una persona può dare a un’altra sulla lettura è di non accettare consigli, di seguire il proprio istinto, di usare la propria testa, di arrivare alle proprie conclusioni”.

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