Tesoro e amore sono scappate dal vocabolario e sono sulla bocca degli innamorati e di tutti. Se vi trovate con amici o in comitiva, potete ascoltare con quanta enfasi si pronunciano le due paroline nel chiamare l’altro. Le parole magiche oggi sono tesò e amò. Nomi confidenziali, che destano l’attenzione in chi si sente così nominato credendo di ricevere maggiore considerazione e affetto.
Il tesò e amò non è rivolto solo alle persone che si amano, ma a tutti indistintamente: le amiche del cuore, gli amici, i clienti, i familiari. Tutti siamo potenziali tesori e amori per gli altri. Anzi, se le amiche vi chiamano per nome, potreste pensare di essere trascurate. Eppure il nome, se non lo storpiano, ha un suo suono che tra l’altro ci identifica e non c’è cosa più affettuosa di essere chiamati per nome. Nella pronuncia di quei due, tre pezzi di parola, ci siamo noi dentro e a volte ha il sapore della beffa come se, chi ci chiama, avesse poca considerazione per noi. I ragazzi continueranno a chiamarsi così, ma in altri rapporti tesò e amò hanno il sapore di effimera e fittizia relazione. Si può meglio bistrattare il prossimo, basta pronunciarle per stare tranquilli e dire magari quello che si direbbe a un nemico. (continua dopo la foto)

tesoamo

È possibile che, dopo aver pronunciato le parole amò o tesò, si passi a dire il piacevole o disdicevole indistintamente, tanto salva l’affermazione precedente da tutto. Con la perdita del nome si sminuisce anche il valore della persona. Amore è una parola ormai svuotata del suo contenuto così che quando deve veramente definire il sentimento, ormai non ci crede più nessuno. Tesoro, per definire una persona dal valore inestimabile, da quando non si fanno più cacce e i pirati solcano mari lontani, è stato un modo per riacciuffarla e darle lustro. Ma per due parole innalzate agli altari, altre ne hanno perso. Così le sentiamo per strada, a casa, a telefono, sempre in modo distratto e scherzoso, abituandoci così tanto che, se quelle stesse persone ci chiamassero per nome, non gli crederemmo. Dopo due minuti dal proferire “amò” può anche accadere di litigare e allora si passa velocemente dall’affettuosità creduta tale, alla parodia. I giovani ne fanno un abuso, tra loro è una sorta di codice, e forse dovrebbero relegarsi solo al loro mondo. Dobbiamo riscoprire il valore del nome a prescindere se vecchio o nuovo, bello o brutto da pronunciarsi. Il nome ci rappresenta e non può essere mai brutto. Le stesse sillabe e lettere di cui è formato, sono suoni a noi cari. Così, negli odierni discorsi non compare alcun Santo, sono tutti a riposo beatamente nelle loro teche. Questo permette di lasciare le persone senza dover dimenticare il loro nome o ricordare quello di turno, in quanto non nominandola, è come non volerla affermare, valorizzare. L’amò e il tesò passano ai nuovi destinatari, senza patemi o risvolti negativi: le persone cambiano, i nomi restano gli stessi. La moda ci indica il pensiero del tempo in cui viviamo, e le due parole pronunciate distrattamente ci uniformano, ci rendono indifferentemente uguali, facendo perdere l’unicità di ognuno. Abolire il nostro nome è come abolire noi stessi, ma tanto ci salvano i gruppi, se non sei con gli altri, non sei nessuno. Un gruppo, un numero, uno slogan, tutto meglio del nome.
Confondersi tra gli altri è anche un po’ ritrovarsi, rende meno vulnerabile e nasconde le proprie debolezze.

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