Ci sono sentieri e sentieri. Alcuni brevi, impervi, altri lunghi che non hanno via d’uscita, altri ancora che si trasformano in qualcos’altro. E poi ci sono quelli del cuore che, se anche non li vedessi più per il resto della tua vita, restano tracciati dentro come una via maestra. Sentieri, luoghi di favole e fiabe, dove si possono incontrare lupi e bambini,  cacciatori buoni e streghe,  dove accade che ci si può perdere o incantarsi ad ammirare un panorama spettacolare, a sentire un fruscio,  un cinguettio,  come se tornassi  a ripercorrerlo come facevi da bambino. E se ci ritrovi i profumi intensi di una volta, appiccicati addosso, non lo abbandoni più. Ti riporta le corse e le guance rosee, il sapore delle caramelle Rossana che cadevano di bocca quando un rumore incuteva paura, l’odore di latte, rappreso da qualche parte sul vestito e quello dell’erba strappata dai muretti. Attraversando oggi questo sentiero, pur giungendo da lontano una vivida pellicola di ricordo, ogni cosa  pare come allora, e il tempo si trasforma in uno stupido espediente per ingannare la mancanza delle cose, dei luoghi e delle persone. A primavera sa di aria frizzante e fiori freschi; dell’estate restano i ronzii delle api e le cicale, l’aria come di piombo, carica di umidità e una piacevole freschezza data dall’acqua sul suo cammino. Ma in autunno c’è la sua più bella rappresentazione, fatta di odori aspri e di colori, delle prime stoppie arse, della leggera foschia nelle prime ore del mattino e al calar della sera, del silenzio  fatto di voci che dal fondo arrivano a raccontarci un ricordo o un possibile miracolo di quello che mai abbiamo lasciato dentro di noi. In inverno, al pensiero di quel rigoglioso e fresco percorso fatto in estate, ci si riscalda un po’. Così gli alberi si tengono stretti evitando ogni fruscio, ogni sollazzo se non scossi da un forte vento. E a guardarli con le braccia di un colore sbiadito, ti rendi conto che fino a quel momento non avevi mai visto il mare in lontananza e che quando lo percorri  sei sempre assorto, pronto a depositare un pensiero o a rimuginare un fatto o a provare una gioia di cui non sapresti descrivere il motivo e nemmeno te lo chiedi, saturo di tanta bellezza, dove ogni cosa è al suo posto: il mare scivola delicato, i gabbiani sono a riposo, le tane sono piene dei loro abitanti, le foglie secche portate via dal vento, mente sui rami si trovano i primi segni del nuovo che avanza. Si giunge poi alla fonte, ben preservata dalla vegetazione. Punto nevralgico sotto il verde degli alberi, a bordo della strada con un gettito forte e deciso. Non è la sete che ti avvicina alla fonte ma la voglia di berti il posto con sorsi senza respiro. E così mostrando i recipienti pieni d’acqua fresca si decanta la Sperlonga, simbolo di luogo puro e incontaminato. Il tubo da cui fuoriesce il gettito è imbalsamato dal tempo. Avrà buttato fuori metri cubi d’acqua, avrà trattenuto al suo interno la storia da cui sgorga, portando a valle  il racconto di come si è sciolta la neve o da quali punti della montagna arriva.

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E se smarrisci il senso dell’orientamento,  c’è la casa lassù, sì, quella grezza con tanti usci e finestre privi di imposte, come fosse un fortino di guerra da cui spiare il nemico che avanza. E’ diventata il logo della Sperlonga. E i soldati sono i tanti animali che lì hanno trovato ricovero, che sbirciano da lontano quelli che si avvicinano per studiarne le intenzioni. Un aspetto antropico che convive con la natura e che racconta come la matrigna leopardiana impedisca all’uomo di costruirsi la dimora in posti come questi.  Eppure quel cemento racconta un modo per incontrarsi, una voglia di confondersi, di far parte integrante della sua bellezza, ma allo stesso tempo un simbolo di impotenza umana davanti allo spettacolo della natura. Un sentiero remoto, percorso dai nostri antenati in epoche diverse,  arricchito dei passi di tanta gente, tutti i giorni  e in ogni stagione. Chi lo ha battuto ritorna sulle sue orme come chi va a trovare un parente o un amico, unico luogo così stretto tra mare e monti, così vissuto pur essendo solo una sorta di passaggio tra i monti. Un sentiero  a cui tutti ricorrono, come se fosse un padre affettuoso che ogni volta consola: a chi una pacca a chi un bacio a chi un sorriso, oltre a un’aria ricca di ossigeno e di vitalità. Un sentiero che inizia con coloro che lo hanno già attraversato, lungo il Cimitero di San Francesco, per continuare salendo i fianchi della collina affidandosi ai suoi anfratti. Antica strada percorsa da lavoratori e gente che si spostava da una parte all’altra della penisola. Tra gli ulivi si scoprono scorci unici e non è raro che tra un ramo e l’altro appaia una nave lontana, o il Vesuvio con un pennacchio fatto di cumuli e cirri, o una scia dietro una barca. Qui il tempo non esiste, niente cambia, talvolta nemmeno lo stato d’animo, tutto resta uguale a se stesso.  Una volta che lo si è percorso lascia dentro la chiave per aprirlo e per aprirsi. La ghiaia, i muretti di contenimento, le strettoie, le poche case lungo il percorso, ci fanno precipitare in antiche scoperte. La Sperlonga non è un luogo, è l’anima di questa terra e in essa l’aria ricca di voci e di passi, come gli animali che affollano i loro covili, i tanti ulivi che brillano nelle varietà di verde, le tante specie di erbe, di fiori, di pollini. E se quando ci entri pensi al bosco più pericoloso, quando ne esci è come se avessi ritrovato la tua dimensione vera e ti riproponi di ritornarci. Terra, cielo e mare in un unico abbraccio dove non sei una parte esterna ma il protagonista della scena e tutto quello che può accadere attraversandolo è avere un ritorno di fiamma con la natura, con te stesso e con tutti i tuoi simili. E’ un percorso quasi obbligatorio per chi vuole ritrovare la parte più vera di se stesso.

 

 

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