Gesù nacque sotto l’impero di Ottaviano Augusto, che fu al potere dal 29 a.C. al 14 d.C., periodo tra i più felici della storia romana. Augusto diede all’Impero un lungo periodo di pace e serenità dopo le guerre di potere che avevano attanagliato Roma. Virgilio, cantore di questo periodo, racchiuse nelle sue opere la vita di quel tempo. Nelle sue Bucoliche, 10 componimenti, canta della distributio agrorum dopo la vittoria della battaglia di Filippi (42 a.C.), dove esprime riconoscenza soprattutto ai suoi amici, che lo avevano preservato dalla perdita del suo podere mentre le terre venivano distribuite ai veterani. Ne parla poi con dolore ancora nella nona egloga per l’avvenuta espropriazione. La quarta è forse la più famosa per celare un messaggio messianico. L’egloga porta il nome di Pollione e parla di un “puer” che verrà alla luce, evento che interesserà tutto il mondo. In un primo momento si interpretò il componimento come encomiastico, per la nascita del figlio di Pollione, ma in seguito i cristiani ci videro l’annuncio del Figlio di Dio. L’egloga fu scritta dopo l’accordo di Brindisi, (40 a.C.), quando tra Ottaviano e Antonio ci fu una nuova pace in seguito alle vicende di Filippi. Nei versi troviamo una suggestiva descrizione della natura che apprende della nascita del puer, dove stile e lingua sono perfettamente aderenti: “né la lana apprenderà a mentire i vari colori, ma di per sé nei prati l’ariete muterà il bianco della lana o il rosso della porpora o nella biondella giallo oro; spontaneamente lo scarlatto vestirà gli agnelli pascolanti.

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L’annuncio della nascita di Gesù aveva messo negli animi un sentimento di attesa e di speranza pur racchiudendo un concetto prettamente cristiano. Quel puer atteso da Oriente a Occidente in questi versi assume un riferimento importante. Sicuramente uno sconvolgimento nell’animo dell’imperatore che temeva questo fanciullo come un usurpatore della sua autorità terrena. Il principio monoteista fu introdotto con la traduzione greca del Pentateuco. Si fa riferimento al fatto che Dio è uno. La paura unita a un sentimento indefinito di sospirata attesa faceva presa negli animi dei governanti preoccupati per la nascita del puer. Questo sconvolgimento che si avverte nel periodo storico in cui nacque Gesù può essere da noi solo avvertito come una leggera brezza. Oggi si cerca di vivere qualcosa del genere nel periodo dell’Avvento e dovrebbe essere pressappoco così anche negli animi degli uomini di oggi, dei cristiani che rievocano quell’evento. La magia è ancora viva, l’eco di quella nascita porta ancora i suoi strascichi. Speranza, attesa sono le stesse di allora, questo ci fa capire che gli uomini non sono cambiati, né li ha cambiati una nascita, ma il sentimento di qualcosa più grande dell’umanità, che ci sovrasta e non possiamo che accettare. Gesù è venuto a salvarci dalla nostra solitudine in questa moltitudine di esseri. Il dolore e la paura sono i sentimenti che ci mettono insieme nella nostra miseria e in questa intercapedine la nascita di Cristo è vista come una salvezza. L’intelligenza non basta a sottrarci alla morte e la salvezza è sapere che lassù qualcuno ci ama. Questa nascita serve  a capire che siamo legati, come fossimo una sola materia. Siamo un unico corpo fatto di tanti più piccoli e ci muoviamo tutti insieme. La salvezza è comprendere che oltre al nostro egoismo, la vita ci pone su un percorso comune: solo uniti possiamo stare bene.

 

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